LIMEN
UNA PORTA PER L’AREA ARCHEOLOGICA DI TUVIXEDDU A CAGLIARI
IN COLLABORAZIONE CON:
PROF. ARCH. FANCESCO LEONI, ZOE ARZUFFI, ALESSANDRO CAPITTA, MARIA EKHINA, ANDREA MORI, ROCCO ROVITO, FRANCESCO MARIA ZANICHELLI, ANNA MARIA ZEGHAR
Nuova porta. Nuovo accesso. Nuovo dialogo fra sito e città.
L’area archeologica della tomba delle spighe e dei pesci. Un momento urbano reietto, dimenticato, abbandonato e vilipeso. Un sepolcro. Un dialogo con la materia, con la crosta, con il suolo.
Quel suolo negato in Viale Sant'Avendrace fra palazzi, asfalto e recinzioni, dove lo iato fra la città vissuta e l’enclave archeologico e post-industriale non è più nemmeno evidente. Dove la memoria della necropoli fenicio-punica non ha più alcuna traccia visibile.
Ma le tracce esistono, sottese, in filigrana, nelle sinapsi sbiadite.
E sono tagli. E sono scavi. Ed è materia. Ed è suolo.
Il progetto parte qui, con la riapertura dell’area archeologica, dove la città si riappropria di una parte della sua identità riannettendosela e riscoprendo, fra la nuova pavimentazione, le antiche tracce ancora recuperate.
È qui che, dopo la riannessione, il percorso si eleva, si sospende in quota su di un ballatoio che alloggia servizi per l’area e gestisce il flusso dei visitatori che si riapproprieranno di Tuvixeddu.
Alla cima, una ferita nel muro di cinta apre direttamente alla necropoli ed ai percorsi archeologici.
E di nuovo sono tagli. E di nuovo sono scavi. E di nuovo è materia. E di nuovo è suolo.
Profondi spazi sepolcrali fenicio punici.
Si continua a salire, dolcemente, verso oriente. Verso il grande Canyon. Verso la trincea.
Sul crinale s’intravede un segno, un’incisione che fende la roccia calcarea e ben prima del salto le spire inghiottono il visitatore nel ventre della montagna.
Tuvixeddu. “Tuvu” dal sardo: cavità!
È lungo queste volute di gironi infernali che si aprono gli antri del museo-archivio. Protetti dalla luce e dal tempo e primigeni come solo il cuore del suolo può essere.
E’ così che il museo si segnala verso la trincea, mostrandosi solo con le incisioni che riprendono l’archetipicità dei sepolcri fenicio-punici e si radicano ancor di più.
Ma prima, un ultimo sguardo da questa posizione eletta alla piazza ridonata e alla sua accoglienza ad una urbanità prima segregata.
E allora si sale inerpicandosi fino ai due monoliti. Muti, ciechi, sordi. Serve un atto di coraggio per varcarli ed accedere al buio antro. Perché prima dell’esperienza ci si deve preparare. Ci si deve mondare dalla mondanità. Ci si deve decomprimere.
In questo modo il tunnel ci guida e, finalmente, si fa trincea. Nulla di più proprio al sito che il concetto di trincea. E, la luce, con la trincea, abbaglia gli occhi e, dalla “Tana del Bianconiglio”, siamo proiettati nel nostro “Paese delle Meraviglie” a riappropiarci di ciò che è sempre stato un brano di quella sinfonia che è Cagliari e che attendeva solo di essere suonato di nuovo.
E se le precedenti strutture della cava dismessa, colmano un’ansa rocciosa, queste non possono che trasformarsi nella scena e nell’orchestra di un teatro. Di quel teatro che è sempre stato lì, ma che doveva solo essere spogliato della roccia in eccesso per svelare la propria immanenza.
E il teatro come luogo della catarsi per eccellenza, della mutazione, del passaggio fra due mondi, si fa, finalmente nuova porta fra il post-industriale ed il fenicio-punico, gestendo il salto di quota nel tempo e nello spazio fra i due mondi in un’ascesa inevitabile.
Alla tettonica esile dell’intervento sulla nuova piazza, si contrappone la stereotomia dei vuoti del museo nella montagna.
D’altronde la piazza è città, è costruita.
Il museo è archeologia, eminentemente scavata.
La soglia è il teatro, modellato.
Ogni gesto è un radicarsi.
Prima il dialogo è con l’urbanità, lentamente si sposta verso se stessi in percorso di riscoperta e di riappropriazione.
Incidere il fronte urbano per riappropriarsi dello spazio.
Incidere il colle per mondarsi.
Incidere l’ansa per risalire.
Incidere il muro per accedere.
Incidere la montagna per scoprire.
Incidere il salto per affermarsi.